
La responsabilità dello sguardo…a proposito di sguardi dipende sempre da che punto stiamo guardando!! Dal punto di vista di osservazione!! O quale si sia scelto da cui osservare!!
Nelle conversazioni quotidiane ci capita spesso, molto spesso, rafforzativo, di sentire o di esprimere questa frase: “le cose non vanno” o di evidenziare le cose che non vanno.
Espressioni brevi, sbrigative, che lasciano intendere rassegnazione: il mondo è così, la società è così, la politica è così.
Molto meno frequente è esprimere o soffermarsi su “le cose che vanno”.
Quelle che funzionano, che generano bene, che costruiscono comunità, che fanno positivo, quel bicchiere mezzo pieno che molti vedono, invece, mezzo vuoto.
Eppure, esistono. Urca se esistono e ce ne sono di più di quelle che pensiamo o crediamo. Sono i piccoli gesti di servizio silenzioso, le relazioni curate con pazienza, le scelte coerenti fatte lontano dai riflettori, i gesti meno palesi per far andare bene le cose ….
Per noi adulti del MASCI questa differenza dovrebbe essere, oltre che linguistica, anche spirituale ed educativa.
Dire “le cose vanno” o esprimersi solo per “le cose non vanno” così tanto per criticare a prescindere, rischia di essere una resa, uno sguardo che si adatta al grigiore e finisce per giustificarlo.
Cercare e raccontare “le cose che vanno” è invece un atto di responsabilità: significa allenare lo sguardo a riconoscere il bene, sostenerlo, farlo crescere, renderlo contagioso perché la certezza che ci sono molte cose che vanno è una “flebo” di fiducia che apre spiragli di speranza in un mondo attualmente caduto in una complicanza cosmica.
Lo scoutismo ci ha insegnato a lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato anche senza tanto rumore, anche se fatto in silenzio.
Per poterlo fare occorre, prima, accorgerci delle cose belle e testimoniarne la consapevolezza che è vero; accorgerci del bello che c’è piuttosto del brutto che può sempre diventare bello se fatto insieme; che il bene già germoglia e certi, quindi, di un futuro di buona speranza.
L’educazione alla speranza non è ingenuità: è disciplina dello sguardo.
È scegliere di non fermarsi alla lamentela, ma di diventare testimoni di ciò che funziona e costruttori di ciò che ancora manca.
Forse la sfida, per ciascuno di noi, è proprio questa: passare dal commentare “quanto vanno male le cose” al domandarci quali sono “le cose che vanno” grazie anche al nostro impegno.
Perché la differenza tra le due espressioni non sta solo nelle parole, ma nell’atteggiamento con cui abitiamo il nostro tempo.
Con fraterno affetto il vostro Segretario regionale.
Maurizio.