Attività regionali e locali

I MORTI DI GAZA

Quanti morti sono ancora necessari perché il mondo si fermi ad ascoltare e corra ai ripari per far cessare queste guerre inutili?

Parlare dei morti di Gaza sembra semplice: basta una foto, un filmato, o quanto occorre per comprendere gli orrori di una guerra, ovunque essa sia.

Scrivere, invece, richiede rispetto, umanità, consapevolezza del contesto di cui si narra.

Scrivere dei morti di Gaza, scrivere delle guerre inutili, significa anche scrivere del fallimento dell ’Umanità.

Ogni vita spezzata, soprattutto oggi a Gaza, ha un nome, una storia, una famiglia distrutta, un popolo decimato. Di fronte a tanto dolore, il silenzio può spesso essere più eloquente delle parole. Tuttavia, il silenzio non basta. Forse anche gli scritti potranno essere utili per costringere il mondo a porre fine a queste morti inutili.

E allora, per ora, continuiamo a scrivere.

A Gaza si continua a morire. Civili, donne e soprattutto bambini: le vittime di un conflitto che sembra non trovare fine. Le cifre aumentano di ora in ora, ma dietro ogni numero c’è un volto, una storia interrotta. La popolazione vive una crisi umanitaria senza precedenti, e senza un senso logico.

Spesso, le guerre parlano di “effetti collaterali”, ma questi massacri e questa incomprensibile mancanza di umanità verso la popolazione civile cancellano ogni giustificazione. Ogni giorno, insieme ai missili e alle macerie, cade anche la speranza.

C’è un suono che torna sempre nelle cronache da Gaza: quello sordo delle esplosioni. Poi il silenzio. Poi i lamenti dei feriti, i pianti, le grida disperate dei parenti e degli amici delle vittime, che ogni giorno si sommano a quelle del giorno precedente.

Le madri piegate sui corpi dei figli. Gli ospedali — o ciò che ne resta — al collasso. Le ambulanze che non arrivano in tempo perché bombardate o costrette a zigzagare tra le strade colme di macerie.

Questo silenzio parla di morte. Di mille e mille conferenze stampa, di migliaia di dichiarazioni ufficiali inutili. Di camion carichi di viveri bloccati fuori dalla Striscia: “Chissà quale incomprensibile stratagemma, con un incastro macabro, sarà stato architettato per impedirne l’ingresso?”

Quando penso a questa impossibilità di fare qualcosa di buono e necessario, quando penso a questa impotenza e guardo ciò che accade, mi sembra che l’Umanità si sia abituata all’orrore.

Siamo diventati spettatori passivi, inermi davanti a queste stragi, anestetizzati dalle immagini che scorrono sugli schermi di ogni telegiornale o trasmissione.

Ora mi domando: ci si può abituare alla morte? Ci si può abituare alla morte dei bambini?

Non esistono scuse diplomatiche: autodifesa, strategia, attacco ricevuto, “hanno cominciato prima loro”, “era una guerra annunciata” … ora è accaduto.

Ma chi parlerà per i morti? La sofferenza non ha confini, non ha religione, colore della pelle, o genere. La sofferenza è dolore, è disperazione.

I morti ci interrogano. Ci chiedono da che parte stare — non nel senso politico, ma umanamente.

Ricordarli, nominarli, piangerli non basta. Dobbiamo essere espressione vera di denuncia. Insieme si può. È il primo passo per non lasciarli soli. Per non farli morire due volte: sotto le bombe, e nell’indifferenza.

Maurizio Piccinini Segretario Regionale MASCI Marche